Come è andato l'altro Sanremo, quello dei videoclip
Non ci sta più una lira ragazzi miei. Però...
Per l’industria (se vabbè, industria…) del videoclip nazionale, l’appuntamento sanremese rappresenta un importante banco di prova.
Da un lato c’è un grande sforzo produttivo che mobilita non solo molti registi e DOP, ma organizzatori e maestranze, chiamati agli straordinari lavorando con tempistiche proibitive. Queste sono dettate dalle agende intricatissime degli artisti, dalle bizze e dai ripensamenti dei management, cui si aggiungono alcuni impedimenti di tipo pratico (ad esempio, data l’assoluta segretezza che deve avvolgere il brano, le produzioni sono costrette a muoversi in un raggio d'azione limitatissimo per evitare fughe di notizie).
Dall’altro lato, l’attenzione mediatica sul festival è così alta che pure l’opinione pubblica si ricorda improvvisamente dei videoclip. Come se non ci fosse già sufficiente pressione, bisogna quindi fare i conti con il giudizio popolare, misurato in un tritacarne di views, commenti e like che può potenzialmente decidere una carriera.
Insomma, Sanremo è un vero stress test per il comparto, ma offre anche - ed è questo che ci interessa maggiormente in questa sede - l’opportunità per radiografarne lo stato dell’arte.
Le premesse non erano delle migliori
Questo ultimo Sanremo targato Carlo Conti è stato segnato da un numero molto alto di partecipanti (30) e da un generale abbassamento del livello del cast. L’assenza dei big (certificata da numeri streaming in caduta libera rispetto al 2025), unita a un progressivo smantellamento degli investimenti sul formato, ha inevitabilmente influito negativamente sui budget di quest’annata.
Soppesando il girato "a occhio" e incrociando i dati con i rumor che filtrano dagli addetti ai lavori, facciamo fatica a ipotizzare una media superiore ai 15.000 euro a video. Euro più, euro meno, il production value appare ridotto all'osso, restituendo un quadro a tratti drammatico. Tutto questo nonostante una presenza massiccia di product placement (con alcune sponsorizzazioni ai limiti dell'improbabile) che non si è però quasi mai tradotta in una maggiore ricchezza di ciò che finiva davanti all’ottica (anzi, parrebbe vero piuttosto il contrario). Il tutto senza dimenticare il supporto, almeno teorico, del tax credit.
In questo contesto, giudicare i videoclip diventa quasi un esercizio ingiusto. Se proprio volete fare il giochino dei voti, andate a leggervi quelli di Rolling Stone, togliete due punti a tutti e più o meno ci siamo.
La geografia produttiva che esce fuori dal “Sanremo dei videoclip” conferma naturalmente l’egemonia milanese, con Borotalco in testa. Matteo Stefani & Co. hanno prodotto ben 13 videoclip, alcuni dei quali, a onor del vero, rasentano il grado zero dell’investimento, tanto economico quanto creativo.
Segue Oceancode, con 4 titoli. La giovane casa di produzione guidata da Marco Gentile e Tania Caporaso si è distinta nel corso del 2025 come la vera novità del settore, forte di un’identità chiara dal punto di vista estetico, realizzando prevalentemente videoclip rap dai toni dark e carichi di effetti speciali. Su questo filone troviamo il concept per Fedez e Masini e, soprattutto, il promo per Labirinto di Luché. Per entrambi questi lavori, la fotografia è firmata dal giovane dop Giovanni De Chiara, che ha curato questo aspetto anche nel video di Renga - un tentativo rispettabile di coniugare il pop italiano più stantio con l’estetica accattivanete che caratterizza questa cdp. In questo, risulta invece come un corpo totalmente estraneo il video della Brancale.
Sempre dalla Lombardia arrivano le produzioni di Blackball (per Malika Ayane), Oia - One Is All (Sal Da Vinci), Buddy Film (Patty Pravo) a cui si può in parte sommare Directedby (Sayf), che però di base potremmo definire come un collettivo genovese.
L’altro polo rimane quello romano, con le produzioni Maestro (e Anemos) e la Bad Boss di Francesco Stoia, entrambe con due video all'attivo. Inoltre, la produzione è romana per il video di Michele Bravi, scritto e diretto da Ilenia Pastorelli (Master Five Cinematografica), e per Ditonellapiaga, il cui video è stato curato dall’agenzia di comunicazione romana Mine Studio e prodotto da FrameTank.
Fuori dai radar abbiamo i Broga’Studio, che basano le loro produzioni a Torino e che hanno realizzato il promo di Levante, e la partenopea Verteego (LDA & Aka 7even). Probabilmente auto-prodotto il video di Enrico Nigiotti, curato con un tale spirito d’indipendenza da dimenticare persino i credits su Instagram…
Disparità di genere
Trenta video non costituiscono un campione statistico definitivo, ma come anticipato, la vetrina sanremese resta un’occasione unica per scattare una fotografia della produzione nazionale. Un tema che meriterebbe un’analisi più approfondita - come già accade per l’industria musicale e l’audiovisivo in generale - è quello dello squilibrio di rappresentanza sui set, quantomeno per ciò che concerne la regia e la direzione della fotografia.
Nel primo caso, nei credits dei video sanremesi si contano 5 registe su un totale di 40. E poteva andare peggio. Nel secondo, su 28 dop accreditati l’unica firma femminile è quella di Maila Bidoli. Quanto agli altri reparti, per il momento ho calcolato solo l’ambito della produzione: facendo una stima sui ruoli apicali (EP esclusi), la presenza femminile è superiore a quella maschile (24 donne e 18 uomini tra producer, line producer, organizzatrici generali ecc.).
Sarebbe necessario estendere l'indagine ad altri fattori, come l’estrazione sociale e la pluralità etnica dei professionisti coinvolti, magari realizzando uno studio di settore serio in tal senso. Tuttavia, guardando allo stato attuale delle cose, è assai più probabile che l'industria smetta del tutto di produrre videoclip piuttosto che trovare i fondi per una ricerca di questo tipo.
Less is m...eglio di niente.
Veniamo ai video in sé. Fatte salve alcune eccezioni, la produzione sanremese 2026 oscilla pericolosamente tra il "vorrei ma non posso" e la scelta (spesso obbligata) del minimalismo.
Nel primo caso, parliamo di idee e concept che si scontrano con la mancanza di mezzi, tempi o esperienza necessaria per portare a termine il lavoro così come lo si era immaginato. Nel secondo, il minimalismo si divide in due fazioni tra chi fa di necessità virtù, trovando una chiave di lettura efficace per brano e artista, e chi, semplicemente, non ci ha nemmeno provato, con nel mezzo i "mestieranti" che hanno comunque portato il video a casa.
Per orientarci, immaginiamo un quadrante: l’asse dell’x misura l'approccio creativo (dal minimalismo al massimalismo), mentre l'asse delle y indica quello che potremmo definire come il production value percepito.
Il quadrante in alto a destra potremmo definirlo il quadrante dell’eyecandinismo, dove l’inventiva e la ricchezza visiva sono supportate non solo dal talento, ma anche dai mezzi a disposizione. Qui al vertice posizionamo sicuramente Ti penso sempre, l’opus magnum di Tommaso Ottomano per Chiello. All’estremo opposto, nel quadrante del “videoclip come tassa da pagare”, in basso a sinistra e in buona compagnia, il posto spetta a Italia Starter Pack che è in pratica un lyric video.
Tra i lavori minimalisti dalla maggior cura editoriale (i videoclip eterei o gli iconic video più essenziali) spicca l’opera di Giulio Rosati per Nayt (elegante e centrato, certo, ma lontano dall’ambizione di Un uomo). Infine, nel limbo del "vorrei ma non posso", si piazzano clip comunque gradevoli e ben strutturate come Che fastidio, Uomo che cade o Tu mi piaci tanto, ma che avrebbero avuto bisogno di maggiori fondi per realizzare appieno l’idea di fondo.
Il posizionamento dei vari video è ovviamente arbitrario, in ogni caso non va confuso con un giduzio di valore. E tu, dove avresti posizionato i vari video?
Un breve inciso: televisori ovunque







I playback inseriti a forza e il televisore sono uno storico match made in heaven, e pur essendo una soluzione un po’ abusata, ci può stare nel contesto, complesso dal punto di vista produttivo e conservatore dal punto di vista contenutistico, di Sanremo. La costa stride particolarmente però in questa epoca in cui gli schermi sono letteralmente ovunque (come ci ricordano i video di Nayt e di Dargen D’Amico) ed è la pervasività dei social a segnare il costume sociale (come ci ricorda Ditonellapiaga). Ho trovato sorprendente soprattutto il video di Sayf, che rintraccia l’origine del male nella televisione berlusconiana. Eppure oggi Berlusconi è morto, Mediaset è in crisi di ascolti, ma abbiamo comunque i fascisti al governo…
Ma torniamo a noi: less and less(o)
Ogni anno ci troviamo sempre a dire le stesse cose, constatando una diffusa sensazione di mediocrità e sciatteria. Non che questa annata sia drasticamente peggiore delle precedenti: in fondo, anche nelle "epoche d'oro", la maggior parte della produzione è sempre stata tappezzeria (tele)visiva o poco più. Cosa aspettarsi, dunque, da un Sanremo al sapore di restaurazione come questo? Forse è che siamo stanchi, capo. Nonostante le aspettative già basse, veniamo puntualmente delusi da un "poraccismo" di fondo che somiglia molto a una resa incondizionata.
Veniamo al dunque: del videoclip non importa più (quasi) a nessuno.
Il problema nasce a monte: dalla cronica mancanza di fondi o dalla scelta deliberata di non investire nel formato. Ma deriva anche da una carenza di gusto e, oggettivamente, di cura da parte dei committenti. Tale attitudine alimenta un circolo vizioso: la morte in diretta del videoclip a cui assistiamo da un paio d'anni è la più classica delle profezie che si autoavverano.
Se non si investe, non si attraggono nuovi creativi e i professionisti già impegnati sul campo vanno incontro alla frustrazione. Di conseguenza le idee e la qualità migrano altrove, riducendo la rilevanza culturale del videoclip. In questo modo il pubblico si disinteressa, le views diminuiscono (i numeri di quest’anno sono pessimi), i ritorni economici scompaiono. Da qui, nuovi tagli agli investimenti che abbasseranno ulteriormente l’asticella, allontanando ulteriormente le persone e via dicendo in una spirale discendente che ormai è prossima a toccare il fondo.
Certo, il budget non determina la qualità in modo direttamente proporzionale. Idea is king and always will be. Sul lungo periodo però, atrofizzare le produzioni significa disperdere il talento, riducendo i margini per osare e le opportunità di sperimentazione (perché per sperimentare, piaccia o meno, servono i mezzi).
Se almeno questo disinvestimento fosse accompagnato da un controllo sul contenuto meno rigido, meno conservativo e reazionario, meno terrorizzato all’idea di urtare la sensibilità degli user o, peggio, degli algoritmi...
AI AI, cosa mi fai?
In questo quadro piuttosto deprimente, ci aggrappiamo a quanto di buono abbiamo visto. Come ad esempio l’elegante romanticismo dei Broga’s per Levante o la cura formale di Stupida sfortuna. Oppure salutando il ritorno di Bubani: La felicità è basta è un video quasi provocatorio per quanta carne mette al fuoco. La rapina al museo di Maria Antonietta e Colombre unisce VFX, AI e stop-motion in modo forse un po’ caotico, ma è un video che trasmette gioia proprio per il suo osare. Rappresenta un interessante tentativo di utilizzare la GenAI, sfruttandone il potenziale tecnologico per arginare i limiti produttivi senza però sacrificare la propria poetica autoriale. Anzi, rilanciandola.
Un approccio non rinunciatario che ritroviamo in Ti penso sempre, dove pure c’è utilizzo di AI, anche se più contingentato. Il video di Ottomano rappresenta un commovente atto di ribellione. Uno spiazzante videoclip-trailer: visivamente magniloquente, girato in costume e in esterna con moltissimi personaggi. Cose che si vedevano raramente negli anni buoni, figuriamoci ora. Ci affidiamo a questo lavoro per tenere ancora alto il vessillo di noi videofili: ci sono ancora creatività da immaginare, ci sono ancora produzioni impossibili da realizzare.
Altre notizie
-Le iscrizioni ai Videoclip Italia Awards chiudono domenica 8 marzo: sono gli ultimi giorni per partecipare. Iscrivitevi, sciocchi!
-Il 31 marzo Directors Library sbarca a Milano, precisamente al bar di Section80. Maggiori informazioni qui;
-È uscito un recap dell’incontro sul videoclip che si era tenuto lo scorso novembre al Torino Film Industry con Matteo Stefani (Borotalco), Andrea Settembrini (Broga’s) e Marco Gallorini (Woodworm). L’incontro era stato moderato da Alessandro Battaglini, vice-direttore del SeeYouSound International Music Film Festival che comincia questa settimana;
-Mentre Sal Da Vinci trionfava a Sanremo col balletto, Rosalia faceva questa cosina da niente con i La Horde ai Brit Awards;
-Siamo videofili semplici, se esce un’intervista a Noel Paul la leggiamo e la condividiamo.
Infine
Se i temi di questa newsletter ti stanno a cuore, che tu sia d’accordo, in disaccordo, o a metà, non importa: fatti vivə, scrivici a info@videoclipitaliaawards.com per partecipare e intervenire all’Industry Day che stiamo preparando per maggio <3
